| Alberto Parres
Dipinti grandi così... disegni
così come sono
"Se il cielo fosse carta e il mare colore,
ti darei la terra per navigare e volare"
La marea dei sentimenti e dei colori
stesi sulle enormi tele avanza inesorabilmente sommergendo lo spettatore.
Alberto Parres ha sempre dato a piene mani, e con abbondante generosità,
il suo mondo di sensazioni forti e complesse a chi si volgeva interiormente
a lui. Come un venditore di fagioli quando compiaciuto affonda le
dita nel sacco opulento dei sonori legumi, il pittore avvolge e
manipola sempre i suoi lavori, grandi o piccoli che siano, con un
continuo contatto amoroso e paterno, delegando alle sue mani il
controllo consapevole di un’affettuosità fisica e passionale con
l’opera.
Le mani di Parres sono morbide e compatte,
la pelle bruna avvalora questa sensazione; le dita, piccole e forti,
somigliano a quelle di un pianista, dalla punta piatta per scavare,
martellare, rigare e sfiorare la tastiera con un’energia tattile
in grado di comprendere l’intero strumento, raggiungendo spesso
la tensione massima di un esasperato ballerino. Con le mani abbraccia
e padroneggia la materia, plasma la pasta pittorica come fosse cera,
raccoglie nel loro alveo, con delicatezza anche materna, l’insieme
degli spunti e dei significati, curandone, dall’inizio alla fine,
la realizzazione.
Non sono estranei a tale atteggiamento,
di certo, l’origine mediterranea, la luce accecante del Nord Africa
e i colori brillanti e profondi del mare. Grande matrice e fonte
inesauribile di energia è anche lo smalto duro degli occhi degli
abitanti di quei paesi, che si ritrova nella materia dei suoi neri
brillanti. I ritmi iterati delle carovane di cammelli, avana sugli
sfondi infuocati del deserto, sembrano, del resto, i gesti ripetuti
dei gialli tormentati. Il vento che scompiglia le chiome delle palme
anima le solcature dei verdi impazziti, e le velature cristalline
delle sue stesure sono il frutto della rarefatta aria desertica,
trafitta da un sole assoluto. È difficile sfuggire a tali sensazioni
totalizzanti. E Parres non ne ha alcuna intenzione. È nell’origine
delle immagini e nello scopo del messaggio, infatti, che brillantezza
e profondità cromatica della sua pittura si differenziano, mantenendo
intatta l’emozione dell’esperienza sensibile, e tuttavia trasponendola
sul piano astratto e mentale. Un livello profondo della vibrazione
emotiva che trova, nell’elaborazione ‘archetipica’ - per usare un
termine caro a Corrado Cagli - della figurazione, il pretesto simbolico
ed oggettuale di una rinnovata e originale concezione del paesaggio.
I suoi cieli romani suonano le note
pure della storia, eppure, maliziosamente, l’autore offre sempre
uno scarto d’interpretazione, un colpo di coda dell’immagine che
amplia il raggio visivo delle sensazioni mutando i punti di vista
e facendo prendere coscienza all’osservatore dell’esistenza di un’altra
angolazione. Svelamento critico, quindi, di un ennesimo senso interpretativo
che relativizza e arricchisce la scena evocata smentendola nella
tradizionale pretesa di assolutezza, e collegando il discorso da
un dipinto all’altro in una sorta di scrittura automatica dei significati
che ci restituisce il ritmo e le modalità della ricerca emotiva.
Ecco perché l’autore concepisce le
esposizioni personali come installazioni di prove che si rimandano
l’una con l’altra, in un’orchestrazione che induce lo spettatore
a leggere con concitazione. Ogni situazione rappresentata è diversa
nello spunto narrativo, talvolta anche sostanzialmente, ma è come
se fosse un’avventura dello stesso film ambientato ora nella jungla,
ora in città cariche di passato, ora nel silenzio animato delle
notti estive, ora nello schermo di un computer impazzito.
Un film che Parres vive da sempre in prima persona e poeticamente
racconta, impegnato in un serio dialogo giocato allegramente sui
colori più vivi. Salvo tuttavia, sul finire degli anni ’80, quando
il pittore fa calare uno schermo nero sulla finestra dell’immaginazione.
Uno schermo che ne oscura, a tempo determinato, la visione coloratissima
e mediterranea, pur non riuscendo a fermare il flusso delle vivide
storie, ma solo emigrando in un altro ‘paese’ dell’arte, cambiando
lingua e imparandone la struttura. Per poi incidere il sipario ancora
una volta con parole proprie traducendo, sul piano del segno e dell’aggetto
materico, la fibrillazione delle opere a più colori, quasi come
in una notturna e limpidissima notte algerina, dove – è vero – “tutte
le vacche sono nere”, ma tattilmente si coglie il respiro silenzioso
della natura. Si è visto, in questo ciclo (Casorati), un recupero
di relitti della realtà depositati sulla superficie torbida di un
fondo simile all’oscuro fondale marino, eppure Parres supera la
connotazione negativa (per l’Occidente) del nero, elettrizzandolo
con la forza di colori dapprima insinuati sotto la guaina bituminosa,
poi, a mano a mano, emergenti da fratture sempre più ampie della
cortina scura; fino ad arrivare alla lacerazione e alla rarefazione
della superficie scura per affermare un colore forte, ma trattenuto
dall’esperienza meditativa dei Neri, che rallenta l’emotività della
concitazione visiva e la incanala nel gesto materico delle mani.
Un gesto più direttamente collegato all’energia vitale, e quindi
al vissuto contingente, del pittore.
È per questa strada che si affacciano
i piccoli formati, quei 25x40cm proporzionati alle grandi dimensioni,
più consuete ai suoi lavori. È un po’ come racchiudere il cielo
in una stanza e cambiare ancora una volta le coordinate visive per
sfondare il soffitto e proiettarsi negli spazi immensi della sensazione.
Parres sorprende così la sua mano, esperta conduttrice della mente
e memoria pensante del vissuto, a condurlo nel cielo infinito di
un piccolo rettangolo di tela, a scrivere nuove storie dalla fine
ancora ignota, stanze innumerevoli di una sconfinata casa e vagoni
di un treno che collega la foresta amazzonica ai templi indiani
e alla tundra desolata.
L’artista riesce oggi a racchiudere
il mare in un fazzoletto, di cui si perdono i confini, per l’espandersi
intenso delle profondità cromatiche. Profondità tipiche della sua
pittura, qui ripensate e articolate da quella riflessione successiva
che lo ha portato ad una rielaborazione ancora più serrata nella
concezione e attenta al minimo particolare della realizzazione.
Grazie alla piccola finestra bidimensionale,
il pittore ha obbligato se stesso a concentrare il proprio discorso
creativo adeguando il gesto alla sedimentazione di un più maturo
equilibrio. Dipinti, quindi, come racconti brevi di uno scrittore
visivo, che sintetizza nell’economia dell’opera l’ambientazione
possibile di una camera astratta dello spazio, del pensiero e dell’immaginazione.
Racconti in sé compiuti come piccoli romanzi, e al tempo stesso
aperti alla sequenzialità del simbolo e dell’immagine come nelle
opere precedenti. Una collana di episodi di una medesima storia
che si prolunga nella danza gestuale dei disegni, latenze di sentimenti
tracciate nero su bianco, di un’esperienza che assimila e ripropone
il ritmo, talvolta incalzante, di un’affermazione suggerita ma non
perentoria.
Nei “dipinti grandi così” le mani
si presentano, rivelandosi finalmente nella loro personalità autonoma
e mostrando fisicamente, con un semplice gesto, di poter misurare
la grandezza e il peso, anche visivo, dell’opera, porgendola, “così
com’è”, all’interlocutore. E proprio in quanto pezzi dell’immaginario,
ed esempi del suo atteggiamento ludico, maschera ridens per provare
un ennesimo modo di trascurare ansie e sofferenze, i “dipinti grandi
così” dimenticano il loro formato angusto, continuando nel tracciato
di grandi forme che si rincorrono l’una con l’altra fuoriuscendo
dalla tela o proiettandosi al suo interno, in un’instancabile ricerca
del senso della vita.
Corsa blu/rossa, La casa di Tabet,
Il miraggio di Tano, Nuvola blu e L’erba in testa (tutti del 1999-2000)
sono le tappe di un romanzo infinito, dove il caratteristico gesto
barocco di Parres, sovrabbondante ed essenziale nelle sue circonvoluzioni,
si ripropone integro e controllato, in una rappresentazione ancor
meno iconica che trova nel segno grafico e nell’articolazione di
monemi visivi la ragione narrativa del proprio esistere.
Laura Turco Liveri
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